Relazioni in equilibrio precario


“L’Origine. Una possibile soluzione”


Intervento al Seminario Gestalt – SIG, 11–12 Aprile 2026

"Relazioni in Equilibrio Precario”



Apertura

Buongiorno a tutte e a tutti.

Vorrei cominciare con una domanda semplice, forse disarmante: quando diciamo "relazione", di cosa stiamo parlando davvero?

Non di un contratto. Non di un obbligo. Non di una convenzione sociale. Stiamo parlando di qualcosa di molto più antico, più fragile e più necessario: la possibilità che un essere umano riconosca un altro essere umano, e in quel riconoscimento trovi sé stesso.

Eppure questa possibilità — elementare, costitutiva — è oggi sistematicamente messa in crisi. Non solo nei casi estremi della violenza di genere o del conflitto familiare. Ma nella struttura stessa della nostra cultura.

Questo è il filo che seguiremo oggi.


1. L'origine del problema

Dall'Età della Dea all'Era Assiale

Per capire dove siamo, dobbiamo guardare da dove veniamo.

Le civiltà del Neolitico — documentate da Marija Gimbutas e riprese da Riane Eisler nel suo Il Calice e la Spada — mostrano tracce di organizzazioni sociali in cui il principio femminile non era subordinato ma centrale: non come dominio delle donne sugli uomini, ma come cultura della partnership, della reciprocità, della cura della vita. Cultura matriarcale non in senso di dominazione sul maschile (Raniero Regni)

Con l'avvento di quello che Karl Jaspers chiama l'Era Assiale — quel periodo tra l'VIII e il II secolo a.C. in cui nascono simultaneamente le grandi tradizioni filosofiche e religiose in Grecia, India, Cina, Israele — si consolida un modello di pensiero monofilare: verticale, gerarchico, duale. Bene/male. Spirito/corpo. Maschile/femminile. Dentro/fuori.

Non è un caso che in questo stesso arco di tempo si codifichino le prime grandi strutture patriarcali del diritto, della religione, della famiglia.

La relazione — intesa come incontro tra soggetti egualmente riconosciuti — comincia a diventare problema, non presupposto.


2. Eccezioni sociali e giuridiche al trend storico

La storia, naturalmente, non è lineare.

Ci sono state — e ci sono — eccezioni significative: comunità religiose e laiche fondate sulla reciprocità; tradizioni giuridiche indigene che pensano la giustizia come ripristino dell'equilibrio piuttosto che come punizione; movimenti culturali - dal femminismo della differenza alle filosofie del “care” - che hanno rimesso al centro la dimensione relazionale dell'essere umano.

Il diritto stesso, nei suoi momenti più alti, ha provato a recuperare questo orizzonte: pensiamo alle convenzioni internazionali sui diritti umani, ai principi della mediazione e della giustizia riparativa, alle norme sulla tutela delle vittime che cercano di andare oltre il mero schema risarcitorio-retributivo.

Ma si tratta, appunto, di eccezioni. Di controtendenze che lottano contro una corrente culturale profondamente radicata.


3. La negazione endemica della relazione 

Dove questa corrente è più potente - e più visibile - è laddove l'imposizione sociale, politica o religiosa nega alla radice la possibilità stessa della relazione.

Pensiamo ai contesti in cui il matrimonio è imposizione, non scelta. In cui l'identità di genere, l'orientamento sessuale, la provenienza etnica o la classe sociale escludono per principio alcuni soggetti dal riconoscimento pieno dell'altro.

In questi contesti la violenza non è un'anomalia: è una conseguenza strutturale. Non nasce dalla malvagità individuale, ma da un sistema che non ha mai insegnato - né permesso - la relazione autentica.

Questa è la cornice in cui si inscrive il fenomeno che oggi chiamiamo "violenza di genere", ma anche molte altre forme di conflitto interpersonale e sociale.


4. Il conflitto nella violenza: uno sguardo clinico e sistemico

I soggetti

Quando parliamo di violenza nelle relazioni - di coppia, familiare, di genere - la prima tentazione è quella di separare nettamente vittime e autori, e di concentrarsi esclusivamente sulle prime.

È comprensibile. Ma non è sufficiente.

I soggetti coinvolti sono almeno tre: la vittima, l'autore del reato, e la relazione stessa, che è ferita, ma che in molti casi non è irrecuperabile e che, comunque, continua a esistere, soprattutto quando ci sono figli, famiglie, comunità. Sempre ben poco considerata.

Le cause

Le cause della violenza nelle relazioni sono multifattoriali. Ci sono fattori individuali come  storie di attaccamento disfunzionale, traumi non elaborati, deficit nella regolazione emotiva. Ci sono fattori culturali come la già citata struttura patriarcale o la normatività di certe forme di dominio. E ci sono fattori relazionali,  dinamiche di potere, comunicazione distorta, incapacità di riconoscere l'altro come soggetto, di accettarlo di rispettarlo.

Nessuno di questi fattori da solo spiega tutto. Ma tutti insieme ci dicono che stiamo parlando di un sistema, non di una patologia isolata e, come tale, va affrontata, ripristinando od originando la relazione.

Non esistono i mostri

Questo è forse il punto più difficile da accettare, ma anche il più importante.

Chi commette violenza non è un mostro. È - quasi sempre - una persona che non ha mai imparato a stare in relazione, che ha vissuto a sua volta situazioni di violenza, abbandono, umiliazione e che ha sviluppato modalità disfunzionali di gestire la propria sofferenza e la propria paura.

Dirlo non significa giustificare. Significa capire, perché solo la comprensione permette di intervenire davvero.

Soluzioni: presa in carico, prevenzione, relazione con il Sé

Le soluzioni non possono essere solo repressive. O meglio: la risposta repressiva è necessaria, ma non sufficiente.

Quello che serve è una presa in carico reale,  che riguardi la vittima, certamente, ma anche l'autore e il contesto da cui il conflitto è derivato ed in cui il conflitto è emerso, sviluppato, agito ed ha prodotto i suoi effetti.

Serve prevenzione: educazione emotiva, sentimentale, educazione alle relazioni, fin dalla scuola primaria, anzi meglio da quella dell’infanzia.

E serve lavorare - clinicamente, culturalmente, socialmente - sulla relazione con il Sé come condizione per la relazione con l'altro. Non si può riconoscere l'altro se non si è capaci di riconoscere sé stessi: i propri bisogni, i propri limiti, le proprie paure.


5. Il CAM e i suoi risultati

Un esempio concreto di questo approccio è il CAM — Consultorio per Autori di Maltrattamento o Centri di Ascolto Maltrattanti (o modelli analoghi attivi in diverse città italiane ed europee).

Si tratta di percorsi psicoterapeutici e di gruppo rivolti agli autori di violenza: non come alternativa alla pena, ma come integrazione, e in certi casi come condizione per la messa alla prova o le misure alternative.

I risultati, dove questi programmi sono stati valutati sistematicamente, mostrano una riduzione significativa della recidiva. Non del 100%, naturalmente. Ma abbastanza da giustificare un cambio di paradigma (ed almeno del 30 %).

Questi percorsi lavorano esattamente su ciò di cui parlavamo sopra: la capacità di entrare in relazione con il proprio mondo emotivo, di sviluppare empatia, di riconoscere l'altro come soggetto e non come oggetto di controllo, possesso e dominio.


6. Tutela della vittima: una prospettiva nuova

La tutela della vittima resta centrale. Riconoscimento, sostegno, cura, indirizzo, assistenza, protezione: sono tutti elementi irrinunciabili.

Ma anche qui è necessario un cambio di prospettiva.

Il modello puramente general-preventivo (la pena come deterrente) e quello special-repressivo-punitivo (la pena come neutralizzazione del singolo autore) non bastano. Non guariscono nessuno. Non ricuciono nessuno strappo.

Ciò che serve, accanto e oltre questi strumenti, è una prospettiva che rimetta al centro la riattivazione della capacità relazionale: della vittima, che spesso esce da queste esperienze con una ferita profonda nella propria capacità di fidarsi e di stare in relazione; e dell'autore, che deve essere messo in condizione - non esonerato, non giustificato, ma messo in condizione -  di fare qualcosa di diverso.

Questo richiede una reale presa in carico sociale del problema: non delegata al solo sistema penale, ma distribuita tra servizi sociali, strutture sanitarie, comunità, scuola.


7. La giustizia riparativa

L'ultimo punto, e forse il più innovativo nell'attuale panorama giuridico italiano, è la giustizia riparativa.

Con la riforma Cartabia del 2021- 2022 (L. 134/21 e D.L. 150/22), la giustizia riparativa è entrata nel sistema penale italiano come strumento autonomo, applicabile in ogni fase del procedimento e per qualsiasi tipo di reato.

Di cosa si tratta? Di un insieme di pratiche - la mediazione vittima-autore, i cerchi di comunità, i panel riparativi -  in cui vittima e autore, con l'aiuto di mediatori professionali, possono incontrarsi (se entrambi lo vogliono liberamente) per dare senso a quello che è accaduto, per permettere alla vittima di esprimere il proprio dolore e di ricevere una risposta umana, e per consentire all'autore di assumersi una responsabilità reale, non solo giuridica.

Non è riconciliazione obbligata. Non è perdono imposto. È la possibilità - per chi la vuole - di trasformare lo strappo in qualcosa di diverso.

È, in senso pieno, una non violante attività di ricucitura: personale, relazionale, sociale.


Concludendo

Torno alla domanda di partenza: quando diciamo "relazione", di cosa stiamo parlando?

Stiamo parlando della cosa più difficile e più necessaria che gli esseri umani siano chiamati a fare: riconoscere l'altro. Accettare che esiste, che ha un mondo interno, che ha diritto a stare, ad essere riconosciuto per ciò chè è, puramente e semplicemente. Di essere rispettato per chi, come e cosa è.

Questo riconoscimento non è naturale. Non nasce da solo. Si impara, si diffonde, si allena, si può perdere e si può ritrovare.

Il lavoro che facciamo - clinico, giuridico, culturale, educativo, condividente - è tutto qui: creare le condizioni perché questo riconoscimento sia possibile, affinché una sana relazione possa vivere e proliferare.

Grazie.

Avv. Francesco Desideri